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2 gennaio 2009

IL GRUPPO


Di Mary McCarthy
Einaudi € 11,50

Otto ragazze fresche di laurea, otto amori, otto destini femminili che si intrecciano nell'America di Roosevelt: un romanzo che fece esplodere i problemi sessuali ed esistenziali di una società insoddisfatta, scioccando il pubblico degli anni Sessanta.

Il "gruppo" è costituito da otto inseparabili ragazze, compagne di studi al prestigioso ed esclusivo Vassar College. Dopo la laurea, nel 1933, iniziano tutte a inseguire qualcosa di diverso da ciò che il destino ha loro assegnato, ma collezionano sconfitte. Il romanzo segue a turno le otto amiche nelle loro vicende erotiche e familiari: matrimoni poco felici, tradimenti, ma anche tipi di scelta meno convenzionali.

Un romanzo dallo sguardo satirico che riesce a raggiungere le profondità della tragedia, e che delinea acutamente l'America di Roosevelt e del New Deal, un paese in rapida transizione tra grandi entusiasmi e grandi squilibri. Un romanzo che è anche uno studio delle trasformazioni del costume, in cui si parla di politica e femminismo, di adulterio e sessualità, di psicoanalisi e di uomini. (Einaudi)

Lo consiglio perché: queste otto ex collegiali, che discutono di sesso, mariti, amanti e contraccettivi, oggi prenderebbero in contropiede pure le ragazze di "Sex and the City"!

16 novembre 2008

IL VANGELO SECONDO PILATO


Di Eric-Emmanuel Schmitt
Con Glauco Mauri e Roberto Sturno
Adattamento Glauco Mauri
Traduzione Stefania Micheli
Con Marco Blanchi
Regia Glauco Mauri

Eric-Emmanuel Schmitt in una decina d'anni è diventato uno degli autori francesi più letti e più rappresentati al mondo. Per il teatro, tra le numerose opere, ricordiamo: Il visitatore, Il libertino e Variazioni enigmatiche, quest'ultimo testo rappresentato dalla Compagnia Mauri-Sturno con grandissimo successo per due intere stagioni teatrali.
Il vangelo secondo Pilato è nato come romanzo e dopo un eccellente successo editoriale Schmitt ne ha fatto una versione teatrale in due parti: la prima, La notte degli ulivi - Confessione di un condannato a morte la sera del suo arresto è prologo e antefatto della seconda, Il vangelo secondo Pilato. A Parigi, lo spettacolo ha riscosso uno straordinario successo di pubblico e di critica.


Sulla collina degli Ulivi, qualche ora prima del suo arresto, Gesù si domanda come ha fatto ad arrivare a questa notte fatale. È davvero lui il Messia? La Galilea pullulava di falsi Messia e Gesù, poche ore prima di essere arrestato, nell'orto degli ulivi dice: "tra qualche ora si saprà se sono davvero il Figlio di Dio o se ero solo un pazzo. Uno di più. Uno dei tanti." È la struggente testimonianza di un uomo che sa di dover morire il giorno dopo e rivive, fin dalla sua infanzia, il suo meraviglioso percorso umano. Una storia arciconosciuta raccontata da un punto di vista originale: è Gesù stesso che da uomo si interroga e dubita della sua natura divina, che ha paura. Non si vuole imporre una verità ma scoprire un'ipotesi sull'esistenza terrestre di Cristo, la sua eccezzionale umanità e la sua palpabile grazia.

Il secondo atto è l'indagine che Pilato compie sulla scomparsa del corpo di Gesù. L'ultimo giorno della Pasqua ebrea, Pilato viene a conoscenza che Gesù, lo stregone di Nazareth, è scomparso dalla sua tomba. Per evitare che il furto sia strumentalizzato politicamente contro Roma, Pilato cerca di ritrovare il cadavere. Ma Gesù riappare, vivo! Con un'accanita, razionale volontà di mettere a tacere le voci di una pretesa resurrezione, Pilato comincia che ha il ritmo e il sapore di una vicenda poliziesca, con colpi di scena drammatici venati spesso di una feroce ironia. Gesù è veramente morto sulla croce o era ancora vivo quando l'hanno deposto? E se era morto, è veramente resuscitato dimostrando così di essere il Messia? (TEATRO IN TASCA - Supplemento de La Nazione)



Via della Pergola, 18/32 - Firenze
DAL 18 AL 23 NOVEMBRE 2008



Di Eric-Emmanuel Schmitt
Edizioni San Paolo
€ 14,50


Lo consiglio perchè: è una meditazione, un interrogativo, una commossa poesia sull’uomo Gesù.

19 ottobre 2008

LA PORTA


Di Magda Szabó
€ 10,50
EINAUDI



Con Frau Szabó avete pescato un pesce d'oro. Comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà.

Herman Hesse



Un rapporto molto conflittuale, fatto di continue rotture e difficili riconciliazioni, a legare la narratrice a Emerenc Szeredás, la donna che la aiuta nelle faccende domestiche.

La padrona di casa, una scrittrice inadatta ad affrontare i problemi della vita quotidiana, fatica a capire il rigido moralismo di Emerenc, ne subisce le spesso indecifrabili decisioni, non sa cosa pensare dell'alone di mistero che ne circonda l'esistenza e soprattutto la casa, con quella porta che nessuno può varcare. In un crescendo di rivelazioni scopre che le scelte spesso bizzarre e crudeli, ma sempre assolutamente coerenti dell'anziana donna, affondano in un destino segnato dagli avvenimenti più drammatici del Novecento.

Pubblicato in Ungheria nel 1987, ma in qualche modo disperso negli anni della transizione politica, La porta è il romanzo che ha rivelato la più grande scrittrice ungherese contemporanea. (EINAUDI)



Lo consiglio perché: con uno stile scorrevole e prezioso, racconta una vicenda intima e complessa, ricca di sentimenti e non solo buoni sentimenti… Un "odi et amo", al femminile, straordinario ed indimenticabile.

1 ottobre 2008

L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO

Di Joan Didion
il Saggiatore
€ 14,00



La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.


La vita cambia in un istante. Passa dalla normalità alla catastrofe. John Gregory Dunne, sposato da quarant’anni con Joan Didion, muore all’improvviso la sera del 30 dicembre 2003. Ed è così che per Joan inizia l’anno del pensiero magico. Un anno in cui tutto viene rimesso in discussione, riconsiderato, riformulato. Le idee sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa. Una scrittrice ironica e graffiante, un’icona dell’America contemporanea racconta se stessa con sincerità, con crudezza, e racconta una storia d’amore. Le sue parole colpiscono nel profondo chiunque sappia che cosa significa amare qualcuno e perderlo. Pagine che scandiscono un rito di passaggio, che si affollano di riflessioni, letture, stralci di conversazioni, di stratagemmi per sopravvivere. Come quel pensiero magico che induce a credere di poter modificare ciò che è già accaduto, di poter tornare indietro, perché lui possa tornare indietro. Fino a che, dopo un anno e un giorno, Joan si rende conto, quasi suo malgrado, che qualcosa sta cambiando. Che guardando al tempo trascorso incontra ricordi in cui John non è più presente. Che è necessario, e giusto, lasciare andare i morti. Per poter sopravvivere. Per poter continuare a vivere. (il Saggiatore)


Lo consiglio perché: non solo è la revocazione discreta e rispettosa di un amore, ma la constatazione lucida e rassegnata dell'impossibilità di venire a patti con certi dolori improvvisi.

20 giugno 2008

PASSAPORTO ALL'IRANIANA


Di Nahal Tajadod
EINAUDI
€ 15,80



Traduzione di Camilla Testi

A Teheran, per rinnovare il passaporto bisogna fare quarantotto ore di coda e attendere un mese. Chi non vuole aspettare, si affida a chi ha fatto dell'arte di arrangiarsi una filosofia di vita. Anche Nahal, la protagonista del romanzo, compie questa scelta: entrerà così in contatto, in un crescendo di situazioni esilaranti, con un'infinità di personaggi sorprendenti e imprevedibili che con uno slancio di filantropia, o con un gesto di corruzione, cercano di portarla alla meta agognata.

Vuole tornare a Parigi, dove da molti anni ormai vive, l'iraniana protagonista di questo romanzo. Ma deve rinnovare il passaporto, operazione per cui, anche in Iran, come in ogni paese del mondo, sono necessarie delle fotografie. E proprio nell'atelier Ecbatana ha inizio l'epopea di Nahal, costretta dapprima a sottostare alle severe norme islamiche in fatto di ritratti e poi, assistita da un medico legale che baratta organi e che afferma di avere gli agganci giusti, affrontare la folle macchina burocratica dell'Ufficio centrale dei passaporti di Teheran.
Nella sua avventura non sarà però sola, perché con il passare dei giorni, dodici in tutto, il medico intrallazzatore sarà affiancato da un numero infinito di persone che, con motivazioni più o meno filantropiche, si mobilita per aiutarla. Portinai, taxisti, traduttori, burattinai, dietologi, amici, tecnici televisivi, domestiche (e loro figli oppiomani), tenutarie di bordelli, parenti di primo, secondo e terzo grado, insomma mezza Teheran consiglia, critica, offre tè e accetta caffè (francese), corrompe e si fa corrompere, talvolta recita le poesie di Rumi, immancabilmente intavola ta'orof, gli infiniti convenevoli che regolano i rapporti sociali fra gli iraniani.
Nahal Tajadod rappresenta con un ritmo serrato e molto senso dell'umorismo la vita quotidiana nel paese dei mullah, collocando al centro del romanzo gli abitanti di Teheran con le loro storie minute ma ricche di poesia e umanità. (EINAUDI)


«Passaporto all'iraniana ci racconta gli iraniani da una nuova prospettiva. È un libro pieno di ironia e di affetto.» (Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran)


Lo consiglio perché: annulla l’mmagine cupa della società iraniana, che i nostri media ci rimandano e ci mostra una città “che resiste”, grazie alla solidarietà e alla complicità tra i cittadini.

10 giugno 2008

IL FASCIOCOMUNISTA


Di Antonio Pennacchi
MONDADORI
€ 17,00


Accio Benassi nel 1962 ha dodici anni. È in seminario. Deve farsi prete. Quando c'è entrato sognava di diventare missionario ed essere mangiato dai cannibali. Ma adesso s'è stufato, vuole tornare a casa, a Latina. Lì però non lo accolgono con la banda, come si aspettava lui. In famiglia sono troppi e non c'è spazio: sette tra fratelli e sorelle, più padre operaio e madre manesca. Rompe gli equilibri, comincia a litigare con tutti e diventa, appunto, Accio, il disturbatore della quiete. Scappa di casa, non va più a scuola, s'iscrive al Msi. Gira con la catena sotto l'impermeabile, entra ed esce dalla questura. Non riesce ad avere una donna, conosce una ragazza di Milano e se ne innamora. Lo espellono dal Msi, entra nel Movimento Studentesco, partecipa alle prime occupazioni all'università, diventa maoista. Accio Benassi è un personaggio come da tempo non se ne vedevano nella letteratura italiana: ribelle, attaccabrighe, goffo, innamorato, illuso, ingenuo, disubbidiente, sentimentale, arruffapopoli. (Mondadori)


Lo consiglio perché: il ritmo incalzante e la scrittura secca, infarcita di espressioni dialettali, la miriade di personaggi raccontati con umanità ed ironia, lo rendono uno dei migliori romanzi di questi ultimi anni.

24 maggio 2008

TEATRO DI GUERRA


TITOLO ORIGINALE: Teatro di Guerra
DURATA: 113 min. ca
ANNO: 1998
REGIA: Mario Martone
CAST: Anna Bonaiuto, Iaia Forte, Andrea Renzi, Maurizio Bizzi, Giovanna Giuliani
GENERE: Teatro
NAZIONALITÀ: Italia


SINOSSI: Napoli, 1994. Durante la guerra civile jugoslava un gruppo di attori teatrali, sceglie di mettere in scena una rilettura del testo di Eschilo I Sette Contro Tebe e di portare lo spettacolo nella Sarajevo assediata come atto di solidarietà culturale. Le prove hanno luogo nei quartieri spagnoli, a Napoli, e diventano l'occasione per mettere a nudo tutti i problemi e le incoerenze degli interpreti. Vite, destini e passioni si intrecciano tra scena e realtà. Sullo sfondo un fedele spaccato della città partenopea anch'essa piena di contraddizioni.


COMMENTO: Teatro di Guerra è un film piccolo, ma grande per i temi, la regia, le musiche e l’interpretazione del cast.
Il teatro pervade tutto il film: le prove, con l’interpretazione piena d’energia degli attori; il conflitto tra teatro indipendente e compagnie stabili; l’indifferenza delle autorità alle iniziative culturali.
Lo spettacolo è pronto, ma la festa della prima si conclude nell'amarezza, perché il progetto di allestire lo spettacolo a Sarajevo non si realizza, eppure il tentativo di esprimere solidarietà con la guerra lontana attraverso la propria guerra quotidiana non è stato vano.
Un omaggio al teatro e al suo valore culturale, storico e sociale, da un grande regista del teatro e del cinema italiano.

(Lucky Red)

22 maggio 2008

FIRMINO. Avventure di un parassita metropolitano


Di Sam Savage
Einaudi
€ 14,00


Traduzione di
Evelina Santangelo


Firmino è la voce di tutti quelli che considerano la lettura e la fantasia il cibo più prezioso per l'anima. Un magico racconto dickensiano nero, divertente e malinconico sul potere di redenzione della Letteratura.


La storia del topo Firmino che si ciba di libri per non morire di fame ha incantato i lettori di tutto il mondo, che lo hanno eletto a simbolo di quella figura emarginata, ma ostinata, che è il lettore di romanzi nella nostra società. (EINAUDI)


Non ne potevo più di topi. Sono ovunque: al cinema, in televisione, nei fumetti, nelle fogne sotto casa. Poi ho conosciuto Firmino.
Solo un topastro sfigato e malinconico come lui mi poteva rimettere in pace con il mondo dei roditori. (Niccolò Ammaniti)

Firmino, il topo che Walt Disney avrebbe inventato se solo fosse stato Borges. Se leggere è il vostro piacere e il vostro destino, questo libro è stato scritto per voi. (Alessandro Baricco)

Firmino racconta di tutti noi il giorno in cui abbiamo scoperto che con un libro potevamo inventare la nostra vita. (Valeria Parrella)

Chi ama leggere farà subito amicizia con Firmino. Questo memorabile topo di biblioteca generato da una pantegana alcolizzata ci insegna che leggere è anche un peccato di gola. I buoni libri, ci ricorda Firmino, si divorano e lasciano, come questo di Sam Savage, il miele in bocca e un po' d'amaro nelle viscere. (Domenico Starnone)


Lo consiglio perché: riesce a fondere insieme umorismo e senso del tragico, sorrisi e lacrime, ricordandoci l'esistenza di un qualcosa che nessun rinnovamento edilizio potrà mai abbattere... la fantasia!

4 maggio 2008

L'UOMO DI VETRO



REGIA
Stefano Incerti
INTERPRETI
David Coco (Leonardo Vitale), Tony Sperandeo (Zio Titta), Anna Bonaiuto (Rosalia Vitale, madre di Leonardo), Ninni Bruschetta (Bruno Cantone), Francesco Scianna (Salvatore), Tony Palazzo (Angelo Saitta),
Elaine Bonsangue (Anna), Ilenia Maccarrone (Maria Vitale)



E' strano Leonardo Vitale. Si isola spesso. Ogni tanto balbetta. Ha paura del buio. Ha serie difficoltà a fare l'amore con Anna, la sua fidanzata.
Viene arrestato la prima volta, il 17 agosto 1972, come sospettato autore del sequestro Cassina. Leonardo durante l'interrogatorio crolla, si mette persino a piangere. Continua a ripetere che lui non c'entra niente ed inizia a fare nomi e cognomi.
Dopo 43 giorni di cella di isolamento viene rilasciato, ma tornato a casa è depresso, impaurito. Non vuole vedere nessuno e per venti giorni non spiccica una parola. Malgrado le cure di madre e sorella, Leonardo peggiora di giorno in giorno. Alterna la depressione alla paura. Sta sempre a spiare alla finestra e sussulta a ogni rumore. E' convinto che stiano per venire a ucciderlo. Poche settimane dopo Vitale viene internato in una clinica psichiatrica.
Un anno dopo, il 30 marzo del '73, Leonardo insiste con il commissario di essere un assassino. Dice che ha ritrovato la fede in Dio e deve confessare per salvarsi l'anima. In una specie di delirio mistico, chiede persino un sacerdote e confessa che suo zio Titta, l'aveva abituato a uccidere, sottoponendolo a prove sempre più crudeli per farne un vero uomo, un uomo d'onore. Leonardo riempie ben 50 cartelle, raccontando fatti e misfatti della mafia negli ultimi decenni. Elenca i responsabili di centinaia di delitti, e tutti i nomi dei costruttori edili collusi con Cosa Nostra. Redige l'organigramma di tutte le cosche di Palermo, dai picciotti ai capi decina, dai capi mandamento ai capi regione, e persino le loro zone territoriali e le attività economiche. La polizia effettua una trentina di arresti, tra cui alcuni nomi eccellenti. Poi succede qualcosa di inaspettato. Vitale comincia a vacillare. In cella, brucia i suoi vestiti perché acquistati con soldi sporchi. Con un pezzo di vetro si incide una croce sul petto. In aula si presenta con un rosario in mano e comincia a dare spettacolo: lo vogliono pazzo, ebbene, lo sarà! Dice di non ricordare nulla, di non sapere nemmeno cosa sia la mafia. Gli psichiatri e il giudice sono sconcertati, sospettano che sia tutto una messa in scena. Non sanno che il giorno prima dell'udienza, la signora Rosalia è andata a trovare il figlio per comunicargli che il suo amatissimo cugino Totò è stato ammazzato. Per Leonardo comincia il calvario. Ora teme per la sorte della madre e della sorella. Ha persino paura di essere ucciso in carcere. Cade nuovamente in depressione e in stati di angoscia confusionale. Leonardo si sente solo, isolato e soprattutto incompreso. Solo Rosalia Vitale e pochi altri hanno capito che è proprio questo che "loro" vogliono. Non lo vogliono morto, perché la morte di Leonardo rafforzerebbe soltanto le sue accuse. Lo vogliono folle. Perché solo un folle può tradire la mafia, visto che per la legge non è attendibile. Per ben otto volte, Leonardo è sottoposto all'elettroshock. Ogni volta si sveglia più confuso e intontito. Zoppica, balbetta, è diventato irriconoscibile. All'ennesimo interrogatorio Leonardo ricomincia come una litania l'elenco di dichiarazioni cui nessuno sembra voler credere. Sul suo sorriso una scritta ci informa che dopo undici anni di manicomio criminale tornerà in libertà nel 1984.
Pochi mesi dopo viene freddato da un sicario con 5 colpi di pistola. (
cinecittànews)


"L'Uomo di vetro" è tratto dal libro omonimo di Salvatore Parlagreco (Ed. Bompiani) e si ispira alla storia di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia che decise di rompere il muro di omertà che impediva alla magistratura di penetrare il sistema mafioso. Vitale pagò questa scelta con il carcere, il manicomio giudiziario e poi con la vita, dato che la mafia, una volta tornato in libertà non esitò ad assassinarlo. Ma questo, spiega il regista Stefano Incerti, è anche un film sulla libertà di coscienza, sulla forza di andare contro tutti per affermare la propria libertà anche contro le proprie radici e gli affetti: è la lotta di un non-eroe, in parte vittima e in parte colpevole. Isolato dagli amici, dopo dodici anni vissuti tra il carcere e il manicomio giudiziario, sottoposto a numerosi elettroshock per dimostrare la sua follia, Leonardo Vitale fu ucciso nel 1984 dopo pochi mesi dalla sua scarcerazione. (01 DISTRIBUTION)



Critica: "Anche se nel Dna del regista c'è la lezione del cinema d'inchiesta e meridionalista di Rosi, 'L'uomo di vetro' non è un film 'giornalistico'. Piuttosto è interessato a scavare nella complessità di un'anima divisa in due (...) Incerti ha trovato la chiave per raccontare 'la lotta di un non eroe, in parte vittima e in parte colpevole'. Fuori dai cliché." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 15 giugno 2007)

"Senza sposare la causa oggi persa e consunta dall'uso del cine poliziesco o della fiction 'Piovra', Stefano Incerti si ispira a un libro per mettere in scena la storia umana del primo pentito di mafia, avendo nel Dna i film di Petri e Giordana. Senza l'enfasi positivista tv, il film entra sottopelle in una esemplare vicenda nevrotica degna del dr. Sacks, sulle spalle di Leonardo Vitale, primo collaboratore di giustizia che nel '72 fece saltare i tavoli di Cosa Nostra ma pure i suoi nervi: restò 11 anni in manicomio criminale. Tutta realtà romanzesca ma vissuta nel trionfo della mitologia, del folklore, del falso onore di padrini e padroni. David Coco è un attore sensibile e bravo, eccede con misura ed esprime con una sua pìetas la fragilità mentale mina, per volere di zio, una vita violenta. Con lui un cast di ottimo livello tra cui due volti necessari come Sperandeo e Bruschetta e la brava Anna Bonaiuto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 giugno 2007)

"L'idea più bella de 'L'uomo di vetro', dal libro di Salvatore Parlagreco sul primo e misconosciuto pentito di mafia (Bompiani), sta tutta nel vecchio slogan della 'banalità del male'. Leonardo (David Coco) ha un'aria da bravo ragazzo, una fidanzatina adorante, una madre (Anna Bonaiuto) che partecipa alla messinscena quotidiana della normalità. Può essere mafioso uno così? Sulle prime non ci crede nemmeno la polizia. Perché non ci creda nessuno, la mafia, pirandellianamente, lo costringe a fare la parte del pazzo. Finendo per farlo quasi impazzire davvero. E qui il film potrebbe avere un'impennata se Incerti e i suoi interpreti non si contentassero di impaginare un raccontino pulito e al fondo convenzionale, ottimo per la tv. Non sono le storie che mancano, sono le ambizioni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 giugno 2007)

"Chi ha apprezzato 'I cento passi' di Giordana non potrà non essere colpito da 'L'uomo di vetro,' il film del bravo Stefano Incerti, tratto dal libro omonimo di Salvatore Parlagreco, dedicato a Leonardo Vitale, primo pentito di mafia. Di grande realismo e di profondo impatto emotivo, la pellicola, disegnando un verosimile affresco del mondo di "cosa nostra", narra la storia di una lucida follia: quella di un "uomo d'onore" che decide di passare dall'altra parte dopo una lacerante crisi di coscienza. (...) Il suo precario equilibrio psichico, reso più fragile dal "facile" ricorso all'elettroshock, fa il gioco della mafia, che lo vuole pazzo: le dichiarazioni di un folle non hanno peso in tribunale. E così accade. Alla fine è quasi il solo a pagare. Rilasciato dopo 11 anni di manicomio criminale, viene ucciso nel 1984. (...) Quello di Incerti è un film a tratti duro ma mai sopra le righe, che non cade nei classici stereotipi mafiosi. Né fa di Vitale - un misurato David Coco - un eroe. Piuttosto vuole raccontare la battaglia interiore di un uomo, al contempo vittima e colpevole, che diventa una lotta, più o meno consapevole, per affermare la libertà di coscienza anche a costo di andare contro le proprie radici e gli affetti. Non siamo ancora al pentitismo strumentale, di mestiere. E alla fine l'impressione è che il ravvedimento di Vitale sia arrivato in anticipo sui tempi, troppo presto per uno Stato non ancora pronto e colpevolmente indifferente: non capì o non volle capire che la follia in parte era l'autodifesa di un uomo lasciato solo con le sue paure." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 23 giugno 2007)



Lo consiglio perché: è la storia di una solitudine ma, soprattutto, la storia di un uomo, di un eroe non positivo. È un film amaro, profondamente disilluso, dominato da un senso di ineluttabilità agghiacciante, eppure affascinante nella narrazione di una lotta per la sopravvivenza.



Salvatore Parlagreco, giornalista e scrittore, è autore di romanzi, saggi e antologie. Ricordiamo Le parole del potere, il potere delle parole (Flacovio), Il piacere e il potere (Novecento), La Mafie (Sansoni), Le ragioni della tolleranza (SEI), Le ragioni dei ragazzi (Loescher), La guerra delle due sinistre (Rubbettino). Con Sugarco ha pubblicato Il mistero del corvo. (SugarCO)

20 aprile 2008

SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ

Di Eduardo De Filippo
Film per la televisione di Paolo Sorrentino
Dallo spettacolo di Toni Servillo
Con Anna Bonaiuto, Alessandra D’Elia, Toni Servillo, Roberto De Francesco, Enrico Ianniello, Gigio Morra, Monica Nappo, Betti Pedrazzi, Tony Laudadio, Marcello Romolo, Francesco Silvestri, Mariella Lo Sardo, Salvatore Cantalupo, Ginestra Paladino, Antonello Cossia, Antonio Marfella
Fotografia Mario Amura, Pasquale Mari
Montaggio Giogiò Franchini, Maria Valerio
Scene Toni Servillo, Daniele Spisa
Costumi Ortensia De Francesco
Suono Emanuele Cecere, Daghi Rondanini, Francesco Sabez
Organizzazione Maurizio Fiume, Teresa Cibelli, Massimiliano Pacifico, Carmine Guarino

Sembra un fine settimana come gli altri in casa Priore: il sabato passa con Rosa affaccendata nella preparazione del suo famoso ragù, ma nelle sue movenze s'indovina un certo nervosismo accentuato da quello del marito Peppino che la rimprovera per ogni minima cosa e che se la prende con chiunque gli capita a tiro: con il figlio che si confida con il nonno invece che seguire i suoi consigli, con la figlia Giulianella che si litiga con il fidanzato, con la zia Memè che tormenta il figlio con inutili cure mediche... Insomma il clima familiare si sta surriscaldando al punto che è inevitabile l'esplosione che avverrà il giorno dopo soprattutto nei confronti di un estraneo alla famiglia il vicino di casa il ragioniere Luigi Iannello, che con la moglie è stato invitato per il pranzo domenicale.


Il ragioniere, senza secondi fini ma proprio per il suo naturale carattere espansivo e amichevole, frequenta casa Priore con una certa invadenza ma mostrandosi sempre amico di Peppino e particolarmente affabile verso la padrona di casa. Ed è proprio il ragioniere la causa dell'improvvisa e imprevista scena che mette in opera Peppino sconvolgendo e mandando all'aria il pranzo della domenica. La moglie sconvolta dalla scenata di gelosia, che è rivolta soprattutto a lei e che è il risultato delle incomprensioni che si sono accumulate e che hanno minato il rapporto della coppia, viene colta da un leggero malore. Assistita dalle cure premurose dei familiari passa la giornata domenicale mentre Peppino sconsolato e amareggiato, pentito da quanto ha fatto e detto, addolorato per aver causato il malessere della moglie, si sente incompreso da tutti. Arriva finalmente il lunedì: la famiglia Priore con animo più tranquillo riflette su quanto è accaduto il giorno prima e capisce che in fondo il motivo che ha fatto nascere il litigio della coppia è l'amore che ancora li unisce. Marito e moglie alla fine si dicono quello che finora hanno tenuto nascosto nei loro animi e dal chiarimento rinasce il ricordo del loro amore che ancora li terrà uniti.


La consiglio perché: dentro questa famiglia c'è tutto il senso della napoletanità e non solo; è un'analisi lucidissima, ma partecipe, del matrimonio, del significato reale del voler bene, dei rapporti tra giovani e vecchi; è una bellissima, elegante e, finalmente, innovativa edizione di una delle più belle commedie di Eduardo De Filippo!

10 aprile 2008

KAFKA SULLA SPIAGGIA


Di Haruki Murakami
Einaudi
€ 20,00



Un vecchio che capisce la lingua dei gatti e un quindicenne con la maturità di un adulto.Il primo fugge da un delitto sconvolgente, il secondo da una sconvolgente profezia. Inquietante, avvincente e visionario, Kafka sulla spiaggia è il romanzo che consacra Murakami come uno dei più grandi narratori contemporanei. (Einaudi)

Tutti possono raccontare una storia che assomiglia a un sogno, ma rari sono gli artisti che come Murakami ci danno l'illusione di sognarla. (The New York Times Book Review)


Lo consiglio perchè: è un testo che si lascia leggere facilmente, comunicando emozioni profonde... e l'incanto di una favola.

12 febbraio 2008

DORMI AMORE, LA SITUAZIONE NON È BUONA




Lo consiglio perché: è un CD straordinario, per spessore ed intensità. Parla d’amore, di cronaca e di costume, con una semplicità disarmante.
“Ciliegina sulla torta” il bellissimo brano Hai bucato la mia vita, del compositore Lodovico Eimaudi con le sue inconfondibili sonorità.

28 gennaio 2008

LO SCAFANDRO E LA FARFALLA


Di Jean-Dominique Bauby
PONTE ALLE GRAZIE
€ 8,00



"C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida. Si può fare visita alla donna amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Si possono costruire castelli in Spagna, conquistare il Vello d’oro, scoprire Atlantide, realizzare i sogni di bambino e le speranze di adulto. Fine delle divagazioni. Bisogna che inizi a comporre i diari di questo viaggio immobile, per essere pronto quando l’inviato del mio editore verrà a raccogliere il mio dettato, lettera per lettera. Nella mente mescolo dieci volte ogni frase, tolgo una parola, aggiungo un aggettivo e imparo il testo a memoria, paragrafo dopo paragrafo."



L’8 dicembre 1995 un ictus getta Jean-Dominique Bauby in coma profondo. Quando ne esce, tutte le sue funzioni motorie sono deteriorate. Colpito da quella che la medicina chiama locked-in syndrome, e che lascia perfettamente lucidi ma prigionieri del proprio corpo inerte, Bauby non può più muoversi, mangiare parlare o anche semplicemente respirare senza aiuto. In quel corpo rigido e incontrollabile come lo scafandro di un palombaro, solo un occhio si muove. Quell’occhio, il sinistro, è il suo legame con il mondo, con gli altri, con la vita. Sbattendo una volta le palpebre del suo occhio Bauby dice di sì, due volte significano un no. Sempre con un battito di ciglia, ferma l’interlocutore su una lettera dell’alfabeto che gli viene recitato secondo l’ordine di frequenza della lingua francese: «E, S, A, R, I, N, T…». E, lettera dopo lettera, Bauby detta parole, frasi, pagine intere...Con il suo occhio Bauby scrive questo libro: per settimane intere, ogni mattina prima dell’alba, pensa e memorizza un capitolo che più tardi detta a una redattrice del suo editore. Così, da dietro l’oblò del suo scafandro, ci invia le cartoline di un mondo che possiamo solo immaginare, dove vola leggera la farfalla del suo spirito. (Ponte Alle Grazie)



Lo consiglio perché: non è un libro, ma un’esperienza.












TITOLO ORIGINALE
Le scaphandre et le papillon [FRANCIA, 2007]
REGIA
Julian Schnabel
INTERPRETI
Con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny, Patrick Chesnais, Niels Arestrup, Olatz Lopez Garmendia, Jean-Pierre Cassel






18 gennaio 2008

ANCHE I BANCARI HANNO UN'ANIMA


ANCHE I BANCARI HANNO UN'ANIMA

Di Italo Terzoli, Enrico Vaime
Con Gino Bramieri, Valeria Valeri, Paola Tedesco, Adriano Giusti, Pino Farruggio, Benito Farruggio, Lino Farruggio, Umberto Farruggio, Franco Cremonini.
Musiche di Berto Pisano
Coreografie di Gino Landi
Scene e costumi di Giulio Coltellacci
Regia teatrale di Pietro Garinei
Regia televisiva di Gino Landi



Non è mai troppo tardi per cambiare:

è quello che succede al bancario Mario, che dopo

una vita fatta di numeri e razionalità,

riscoprirà il gioioso mondo delle emozioni.




Dopo Felicibumta, questo è il miglior copione offerto a Garinei e Giovannini dalla felice coppia di scrittori Terzoli e Vaime, che hanno sposato una vecchia, piccola ma sempre geniale idea: un uomo semplice e tranquillo è una riserva di umanità anche se il suo nome non sarà mai scritto al neon. Quando si esalta questa idea, il pubblico applaude a l’io anonimo che sta dentro ciascuno di noi.
Nel divertente testo di questa commedia con musiche (da cui poi fu tratto anche un film con Montesano), commentata da un complessino che si sposta a vista anche nelle situazioni più complicate, Mario Antoniotti, un ragioniere della Banca Commerciale che sta per andare in pensione, parte per un’ultima missione-ispezione di lavoro con la sua valigia da 60X40X23, preparata col noioso zelo senile di sempre.


La favola
Un bancario, anonimo eroe dei nostri conti, il classico uomo in grigio, si trova a essere al centro dell’attenzione. Non sa che i colleghi, invece della stilografica o dell’orologio, gli hanno regalato segretamente l’avventura che da sempre desiderava: incontrare, come in un romanzo di Pitigrilli, una bellissima e disponibile ragazza in treno (luogo tipico degli sketch del vecchio teatro di rivista, basti pensare ai classici Totò e al Serchiapone di Walter Chiari); cambiare look e fuggire con lei a Venezia; passare una notte da sogno (ma con prezzi da incubo) all’hotel Danieli avendo come vicino di stanza Agnelli. Si cambia, si canta per poi tornare in jeans e camicia hippie, smessi i panni di monsieur Travet, alla moglie maniaca della pulizia che passa la lucidatrice con in testa i bigodini e pensa, vedendolo così cambiato, che sia diventato gay (ma nel 1977 si diceva frocio).
Con una trovata teatrale spiritosa i due vecchi coniugi decidono di cambiar marcia alla vita e il nostro organizza un remake della sua avventura, ma con la moglie, fingendo di non conoscersi: un altro sogno proibito piccolo-borghese. Effetti esilaranti, gran tenerezza in arrivo. In fondo, è come se qui Bramieri dicesse a Venezia di non far la stupida stasera.


Lo spettacolo
Lo show è geometrico ed esilarante in questa doppia e identica struttura: il primo tempo tutto della signorina di bella presenza che sta al gioco e, già pagata, scappa all’alba senza neanche dire ciao; il secondo tempo è un godimento di recitazione per merito di Valeria Valeri, magnifica attrice di vecchia e alta scuola, che si esibisce anche in una capriola da boogie woogie rispondendo con molta ironia ai desideri della nostalgia.
Come in molti spettacoli di Garinei e Giovannini il passato torna anche qui trionfatore: fra le varie musiche di Berto Pisano c’è un delizioso motivo che ci fa tornare in mente la vecchia Hollywood, quella amata da Garinei e soci (“Insieme a te vorrei ballare vorrei ballare Night and day…”), ma anche una sentimantal song che non ha nulla da invidiare allo stile più trash del vecchio Sanremo (“Quando dondola una gondola, è Venezia che ti ninnola…”). E si scopre che il tip tap si può fare anche con le mani. In mezzo ci sono i costi per notte del pubblicizzassimo Danieli, 102.600 lire che oggi sembrano una bazzecola, e la consueta polemica contro la televisione che ha ucciso il dialogo in famiglia; perfino una battuta sul Piccolo Teatro che ha sempre in cartellone L’opera da tre soldi. Bramieri ha la fortuna di trovarsi in mano un personaggio banalmente vero: un Mario qualunque che per un giorno si trasforma nel playboy che ha sempre sognato d’essere e vive il lusso dei settimanali patinati, senza conoscere il menù dei ricchi e il nome dei cocktail, convinto di avere un bel collo da cigno. Impacciato, patetico e provinciale al massimo, il nostro, prima a disagio con l’incantevole Paola Tedesco e il suo cagnolino, si trasforma poco alla volta nel seduttore vecchio stile, imparando il bon ton e mettendo i jeans. Ma il colpo di genio è rifare tutto con la stanca mogliettina, erede di una tradizione tutta italiana d’ipocrisia prematrimoniale, che troverà anche lei la forza di rifare i conti di tutta una vita: addormentata si sveglia. Anche per parlare, finalmente, in signorile e crepuscolare dialettica, del mistero del sesso e delle sue “misure”, chiamando in causa il Perseo di Cellini. Tutto scorre secondo le convenzioni di una convenzione e questo riuscito spettacolo, il primo prodotto e diretto dopo la morte di Giovannini, continua la gloriosa storia con i suoi eccellenti protagonisti, fra cui Coltellacci per scene e costumi e Gino Landi per le coreografie. Il segreto è che da uno spunto crepuscolare e quasi cecoviano, Bramieri, diretto da Garinei senza sbagliare un tempo e un riflesso, riesce a trarre materiale per una continua invenzione comica, anche patetica, ma con simpatia. Perché non c’è uno degli spettatori cinquantenni in platea (a proposito, in pensione a cinquant’anni!) che non si immedesimi col suo rappresentante peccatore originale Bramieri. Gondola, piccioni, grand hotel, il lusso dei sogni organizzati: è possibile farli anche con la moglie? Pieno di spunti ironici, di battute anche ciniche (“A che serve un diario se non t’ammazzi?”), teatralmente lo spettacolo è un continuo fuoco di trovate, che funzionano alla perfezione anche quando la storiella si raggomitola e si ripete, toccando perfino il momento dei ringraziamenti, quando tra gli applausi la moglie svela di aver capito la tresca extraconiugale del marito e di aver provveduto a rimandare il cagnolino a casa della Tedesco, che arriva a prendersi la sua razione di feste. Ed è inedita la scelta di far cantare e suonare le song dello show da quattro fratelli di origine siciliana, i Farruggio, dai trentacinque ai cinquant’anni, che fanno come un sol uomo inseguendo i nostri eroi anche nei momenti di privacy. (Maurizio Porro)



Testo in allegato all’uscita in edicola de
LA GRANDE COMMEDIA MUSICALE DI GARINEI E GIOVANNINI - Dicembre 2007
www.EDICOLAFABBRI.it





Lo consiglio perché: è una delle commedie più divertenti degli ultimi trent'anni, dove puoi osservare lo straordinario talento di Bramieri, capace di fare il clown con quel necessario patetismo, utile a identificarlo con la maggior parte del suo pubblico: è allegro ma dimostra di sapersi guardare dentro, sembrando uno del mucchio e non quell’attore di successo, avvertito e attento, che in realtà era... e puoi osservare la grande Valeria Valeri, qui in un’inedita veste di cantante-ballerina.

14 gennaio 2008

LA SOVRANA LETTRICE


Di Alan Bennett
ADELPHI
€ 12,00

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d’Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole arrischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. E in effetti è successo qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per un puro accidente, la sovrana ha scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi, sui servizi di sicurezza e soprattutto sui lettori lo scoprirà solo chi arriverà all’ultima pagina, anzi all’ultima riga. Perché oltre alle irrefrenabili risate questa storia ci regala un sopraffino colpo di scena – uno di quei lampi di genio che ci fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo. (Adelphi)

Lo consiglio perché: è un brillante invito alla lettura, un elogio ai libri e alla libertà di leggere, che emerge in maniera frizzante e arguta attraverso una narrazione breve e delicata.

20 dicembre 2007

IN NOME DELLA MADRE


Di Erri De Luca
FELTRINELLI
€ 7,50


“In nome del padre”:
inaugura il segno della croce.
In nome della madre
s’inaugura la vita.



L’adolescenza di Miriam/Maria smette da un’ora all’altra. Un annuncio le mette il figlio in grembo. Qui c’è la storia di una ragazza, operaia della divinità, narrata da lei stessa. Qui c’è l’amore smisurato di Giuseppe per la sposa promessa e consegnata a tutt’altro. Miriam/Maria, ebrea di Galilea, travolge ogni costume e legge. Esaurirà il suo compito partorendo da sola in una stalla. Ha taciuto. Qui narra la gravidanza avventurosa, la fede del suo uomo, il viaggio e la perfetta schiusa del suo grembo. La storia resta misteriosa e sacra, ma con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille. (Erri De Luca)



"Questo libro è un inno all’ Amore: Erri De Luca ha raccontato la nascita di Gesù attraverso una sorta di diario di Maria Vergine. Ma facendo in modo che in questo “diario” si possano riconoscere la femminilità e il coraggio delle donne. Di tutte le donne.” (Stefano Clerici, la Repubblica, 6.11.2006) “Importante e di grande merito questo sforzo di Erri De Luca di raccontare la nascita di Gesù come puro e semplice mistero della nascita in cui tutti noi, cristiani e non, siamo coinvolti. Come inaugurazione della vita, di raccontare quel mistero non tanto in termini laici quanto con il linguaggio corporale che abolisce la distanza tra l’eccezionalità dell’evento e l’esperienza quotidiana senza privarlo di intensità esistenziale (di maestà sacrale). Il risultato è un testo di accattivante lettura tra una pagina della Bibbia e il racconto di una cronaca di oggi. (Angelo Guglielmi, l’Unità, 07/11/2006)



Lo consiglio perché: è un racconto di una bellezza e di un amore immenso, viscerale. Un piccolo libro, che vi lascerà commossi e grati di fronte al mistero della nascita, di fronte al divino che si manifesta, di fronte all' amore, alla paura ed al dolore di ogni madre che teme per suo figlio.

2 dicembre 2007

VITA NELLA TERRA DI LATTE E MIELE


Ponte Alle Grazie
€ 10,00



"Non volevo, io, vivere una vita qualunque. Non una noiosa vita borghese come tutti. Volevo andare là, in Israele, nella terra promessa, e realizzare non solo un mio sogno, ma anche il sogno di mio padre e di mia madre, di tutta la mia famiglia, dei miei avi per dieci generazioni. Iniziare in Israele una seconda vita in cui mi sarei sentita meno goffa e impacciata e depressa.Ero stata un disastro fino ad allora. I miei pessimi risultati a scuola lo avevano provato chiaramente. E mi sentivo anche grassa, brutta e poco popolare. Non vedevo l’ora di ricominciare da capo...Di certezze non ne avevo. Sapevo solo di avere una grande forza dentro, e una grande ambizione di farcela, di superare quella seconda prova decisiva, in un altro paese, nel mio paese. E sapevo anche che ce l’avrei messa tutta, non mi sarei mai risparmiata e avrei fatto di tutto per riuscirci. Anzi, ero certa di farcela, perché non avevo altra scelta. Non avrei mai potuto tornare indietro, i miei genitori ne sarebbero morti di dolore. E io di vergogna e di rabbia. Sarei rimasta li per sempre, e così fu."




Cosa succede nel cuore e nella mente di una donna che vive a Tel Aviv, a Gerusalemme, a Betlemme o a Gaza? Con la sincerità e l’immediatezza che i lettori dei suoi reportage ben conosco, Manuela Dviri ci racconta la sua storia: la scelta di lasciare l’Italia e trasferirsi in Israele e, scelta forse ancora più coraggiosa, di rimanervi; il dolore per la perdita di un figlio giovanissimo, soldato nell’esercito israeliano, perdita inutile, che non trova alcuna giustificazione politica o militare; la battaglia pacifista e le conseguenti accuse di tradimento e di opportunismo.Una testimonianza forte, toccante, che racconta uno dei più tragici conflitti del nostro tempo passando attraverso le ragioni del cuore che sembrano alla fine essere le sole ad indicarci la strada giusta, quella che porta lontano dalle guerre, dall’iniquità, dal dolore. (Casa Editrice Ponte Alle Grazie)



"Le tragedie del Medioriente sono tragedie della luce, del contrasto tra il sole abbagliante e l’oscurità dell’ombra, tra «ciò che sta fuori», che accieca e brucia, e «ciò che sta dentro», perso nelle profondità del buio. E non a caso, attorno a questo contrasto, si muove anche Terra di latte e miele. Il percorso che segue la protagonista si svolge dentro e fuori questo confine di luce e ombra: da un lato, i grandi temi collettivi, l’identità di un popolo, la sua epica e le sue ferite sempre aperte – e dall’altro l’intimità più profonda di una persona, le sue speranze, i suoi ricordi, i suoi affetti spezzati. E il suo bisogno di vita, di gioia, di pace. Per tutti. E nonostante tutto..." (Silvano Piccardi)




Lo consiglio perché: continui a leggerlo tuo malgrado. Malgrado la commozione che cresce, malgrado la rabbia che ti prende, malgrado l'estrema dolcezza e durezza del racconto. E' un testo che urla, piange, gioisce, fa tutto da sé. Non ci trovi parole messe lì ad arte, ci trovi tutto l'immenso groviglio di dolore che l'autrice va dipanando per trasformare il suo lutto scandaloso ed inaccettabile in una risorsa positiva per il mondo intero. Perché le sorti del suo paese sono, in qualche modo, le sorti del mondo intero.





TERRA DI LATTE E MIELE
di Manuela Dviri
con la collaborazione di Silvano Piccardi

Regia
Silvano Piccardi
Scene Marco Capuana
Musiche Luigi Cinque
Personaggi
Leah, Ottavia Piccolo
Il figlio di Leah, Enzo Curcuru’

5 novembre 2007

BALZAC E LA PICCOLA SARTA CINESE


Di Dai Sijie
Adelphi
€ 8,00



Come la lettura, grazie alla segreta malia di una misteriosa, preziosissima valigia di libri occidentali proibiti, riesca a sottrarre due ragazzi, colpevoli soltanto di essere figli di «sporchi borghesi», a svariate torture e permetta anche a uno di loro di conquistare la «Piccola Sarta cinese».


«Balzac e la Piccola Sarta cinese... è una tragedia raccontata con un soffio. Un soffio che anima il romanzo, come potrebbe tenere sospesa una piuma. È il trionfo della leggerezza, come l’intendeva Calvino. Non ricordo, come lettore, un libro recente in cui la sottrazione di peso alla struttura del racconto e del linguaggio sia stata realizzata con tanta spontaneità» (Bernardo Valli).


Lo consiglio perchè: non si riesce a smettere di leggere, finché non si è arrivati alla fine.

28 ottobre 2007

AGATA E LA TEMPESTA


TITOLO ORIGINALE
Agata e la tempesta [ITALIA, 2004]
REGIA
Silvio Soldini
INTERPRETI
Licia Maglietta (Agata), Giuseppe Battiston (Romeo), Emilio Solfrizzi (Gustavo), Claudio Santamaria (Nico), Marina Massironi (Ines Silvestri), Giselda Volodi (Maria Libera)



Agata si sentiva al sicuro nella sua libreria e invece è come se all'improvviso fosse finita dentro alla trama di un bizzarro romanzo: un amore inatteso, la scoperta che suo fratello non è più suo fratello e le lampadine che misteriosamente si fulminano al suo passaggio... (Cecchi Gori Home Video)



Lo consiglio perché: benchè sia un film tutt'altro che perfetto - la narrazione, soprattutto nella seconda parte, ha diversi momenti di "stanchezza" - è talmente giocoso e "leggero" che è difficile non amarlo.

20 ottobre 2007

L'ELEGANZA DEL RICCIO



Di Muriel Barbery
E/O
€ 18,00



L’eleganza del riccio è stato il caso letterario del 2007 in Francia: ha venduto centinaia di migliaia di copie grazie a un impressionante passaparola e ha vinto il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.

Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.

Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo. (Edizioni E/O)


Lo consiglio perché: si legge d'un fiato, si ride, ci si commuove, ci si appassiona e, soprattutto, si ha voglia di godere insieme alla protagonista dei piaceri autentici che la vita ha da offrire.